Segreti

– Ricomincia dall’inizio, forza. Daccapo -. Daccapo. Quante volte l’avevo sentita pronunciare quella parola, – Daccapo -, quante volte avevo annuito, avevo distolto lo sguardo dalla pagina, lo avevo portato sul volto di Santa Lucia, gli occhi bianchi suoi persi nel vuoto, quelli sul piattino fissi sui miei errori. – Scusi -, avevo detto, e la Signorina mi aveva accarezzato la testa senza affetto, come a volermi ricondurre a ciò che avevo interrotto, – Daccapo -, e allora avevo ricominciato il mio inesausto gioco dell’oca, in piedi davanti alla cattedra, sotto lo sguardo sdoppiato della Santa – il volto e il piattino, nulla poteva sfuggirle. Non era un Cristo in croce a sorvegliarci, a scuola, non era un uomo in punto di morte, ma una donna viva, una santa spiona, attenta ai nostri sbagli, pronta a denunciare ogni passo falso. Così ci spiegava la Signorina, la nostra insegnante senza marito, senza figli, senza niente: aveva noi soltanto, noi e le preghiere, dio e la scuola. La sua famiglia era fatta di preti, di suore e di lodi cantate al Signore: la sua parola era benedetta dal cielo, le sue punizioni andavano accettate ringraziandola per la clemenza e inchinandosi di fronte a una statua. – Santa Lucia vi vede -, ci avvertiva tutte le mattine, e in quelle parole c’era l’ordine di consegnarle ogni segreto, ogni non detto, ogni mistero che pensavamo – a torto – di poterci portare nella tomba. – Daccapo -, ripeté di nuovo, e ripresi a leggere ad alta voce, di nuovo la lingua incespicò e mi fermai, ma non feci in tempo a chiedere scusa, perché bussarono alla porta. Entrò un uomo; dietro di lui, un bambino. Fu lui che guardammo, lui ch’era uno di noi e che allo stesso tempo era l’altro: si ritrovò ventidue paia d’occhi di femmine addosso, senza contare la santa, senza contare il piattino. Alla vista di quei due, la Signorina perse colore, il viso le divenne bianco come quello di una madonna e le labbra pure, il mento scosso da una furia di preghiere e di invocazioni, come se l’uomo e il bambino fossero una tentazione maligna, un peccato da non commettere. – Ti ho portato Gabriele -, annunciò l’uomo, la porta spalancata alle sue spalle, il silenzio del corridoio che rendeva più profondo il nostro. Il bambino non si mosse, sicché l’uomo lo spinse verso il solo banco libero – il mio, che me ne stavo impalata come una condannata a morte, che ancora aspettavo di scontare la mia pena, ignara della pena più grande che la Signorina, per anni, aveva eluso. – Siediti qui -, gli ordinò, – Questo è il posto tuo -, e ci osservò, soddisfatto, mentre noi studiavamo l’intruso – capelli lunghi sulla nuca, capelli da femmina, pullover rosso e nessuna cartella, nessun libro, nessuna poesia da recitare a memoria per umiliarsi davanti a noi come pegno di fratellanza. – Fuori -, sibilò la Signorina, – Fuori! -, e l’uomo sollevò il palmo delle mani, come se volesse recitare il Padre Nostro. – Me ne vado -, fece; la Signorina gridò più forte, – Fuori! -, e in un attimo fu sul bambino, – Fuori! -. – No -, dichiarò l’uomo, calmo, intromettendosi fra loro, – Tu resti qua -; e poi, rivolto a lei: – Io me ne vado, ma Gabriele rimane: questa è roba tua. Questo è tuo figlio -.

Il paese scoprì allora la verità. Toccò a noi, le allieve della Signorina, educate alla preghiera e all’obbedienza, portare l’ambasciata, ligie al settimo comandamento, incapaci di contenere l’eccitazione. Eravamo diventate, nel giro di pochi minuti, protagoniste di un dramma che ci toccava abbastanza da vicino da poterlo includere nei nostri possessivi. Diventammo il coro della vergogna, del peccato, di un segreto che nessun confessionale aveva mai ascoltato e che noi, svincolate dal dovere di silenzio imposto dall’abito talare, ci sentimmo in dovere di tramandare all’unisono. A dirigerci, senza salire sul podio, e con le mani annodate dietro la schiena, c’era Gabriele, prova tangibile dell’insincerità della Signorina. Il suo silenzio rendeva la verità ancora più limpida; la sua reticenza ci accordava il permesso di lavorare di fantasia, di concordare versioni cui attenerci, cui credere ciecamente, vangelo nuovo di cui eravamo autrici e predicatrici.

Dopo l’arrivo del bambino e di suo padre, all’indomani del giorno in cui la Signorina smise di essere una creatura di dio, ai nostri occhi, e divenne un’altra donna fatta di carne, di peccato e di menzogne, ci venne attribuita una supplente. – Sono qui solo fino a venerdì -, precisò subito, come a volersi schermire preventivamente dalla nostra curiosità malsana, poi vennero le vacanze di Natale e della Signorina non sapemmo più niente. Non si presentò alla messa della Vigilia, non fu lei a portare Cristo appena nato in processione, nessuno udì la sua voce negli acuti dell’Adeste Fideles. Eppure, non si era mossa da casa: la luce era accesa, nella sua cucina, la vedevamo passando sotto il suo palazzo, ma lei non usciva. Qualcuno doveva portarle la spesa in gran segreto, forse i commercianti del quartiere, che a noi non dicevano niente, e che invece dovevano sapere tutto, ma si dividevano tra loro una torta che noi avevamo preparato e infornato, facendo sparire anche le briciole. Tuttavia, i giorni passavano e la storia della Signorina continuava a gonfiarsi: la sorvegliavo come il latte che bolle sul fuoco, aspettavo e temevo il momento in cui avrebbe tracimato, sarebbe colato sul pavimento, avrebbe varcato la porta di casa e l’avremmo visto invadere la strada, versarsi nel mare, incapace di arrestarsi. Aspettavo e temevo quel momento perché anch’io, come la Signorina, avevo un segreto da custodire, un segreto che pregavo affinché non vedesse mai la luce, un segreto che, prima o poi, un Gabriele con suo padre avrebbero potuto raccontare a tutti, consegnandomi alla clandestinità cui era condannata la Signorina, se non proprio al patibolo, la scure del pettegolezzo affilata apposta per violare la mia carne di dodicenne e uccidermi.

Tornammo a scuola e della Signorina non sapemmo più niente: non avevamo altra legna, per ravvivare il fuoco. Tutto ciò che la sua presenza ci offriva erano fogli di giornale bagnati che smorzavano la fiamma, perciò, poco a poco, lo scandalo che l’aveva strappata fuori dall’anonimato si spense per mancanza di novità, la pagnotta perse croccantezza e divenne dura, infestata dalla muffa, e fummo costretti a buttarla via. Quando giunsero le vacanze di Pasqua, il figlio nascosto e il sesso consumato fuori dal matrimonio avevano perso ogni interesse: la Signorina era solo una femmina che, un giorno, si era distesa sotto il corpo di un maschio che non era suo marito – chi era? – e s’era ritrovata il ventre pieno di una vita che dio non le aveva dato il permesso di desiderare. Nessuno si curò più di lei – starà bene, sarà infelice, il figlio dov’è, quell’uomo l’amava? –, nemmeno io. Tutto ciò che m’importava era il mio segreto: calcolavo il tempo che ci aveva messo la marea di latte a ritirarsi, facevo la stima dei danni, pregavo dio, pregavo dio affinché non mi toccasse quella sorte. Con la Signorina, non volevo avere nulla a che fare. Arrivò un nuovo inverno, poi una nuova primavera: adesso avevo tredici anni, tredici anni di un segreto custodito bene, tredici anni di una minaccia sospesa dietro la nuca, ma che non s’era abbattuta. Forse ero salva, forse non mi avrebbero scoperta: la mia menzogna si andava via via includendo nella realtà, come un osso rotto che si calcifica. La crepa della finzione era sempre meno visibile, coperta dall’edera e dalla polvere, tenuta al riparo da preghiere incessanti. Quando, all’età di ventun anni, andai a vivere altrove, capii che ero salva, che potevo smettere di implorare la madonna: il mio segreto era al sicuro. Adesso, potevo iniziare a scordarmene.

Lucio mi lasciò due settimane prima del nostro matrimonio, nel giorno di Santa Lucia. Mi spiegò che non potevamo sposarci più, che finalmente ci vedeva chiaro, che ci eravamo già detti tutto e non ci restava più nulla, e che era per questo che non potevamo stare insieme. Avrei voluto dirgli che s’ingannava, che di me conosceva solo la parte visibile, che covavo un segreto da quasi trent’anni, ma che desideravo non vedesse mai la luce e mi morisse in corpo. Ero stata io a trattenerlo, fino a quel momento, ma sapevo che, se l’avessi lasciato andare, se l’avessi messo al mondo, avrebbe potuto alimentare il nostro amore, avrebbe saputo tenerci insieme, offrendoci qualcosa di cui parlare, qualcosa da nascondere insieme. Confessargli tutto, però, mi avrebbe condannata alla sorte della Signorina: mi sarei trovata nuda e colpevole della menzogna capitale e di quelle minori, imbastite per rammendare il buco più grosso, quello che sempre mi aveva costretta a mentire.

Accettai allora il disamore, e la solitudine spalancò le braccia per accogliermi, assieme all’abito bianco che non avrei indossato più, assieme a una storia indicibile che aveva smesso di rendermi interessante. Arrivò il giorno delle nozze e lo osservai, sul calendario, uguale agli altri giorni, svuotato della sua ragion d’essere come un uovo privato del tuorlo. Chiamai Lucio verso mezzogiorno – a quell’ora avremmo dovuto già essere stati dichiarati marito e moglie –, mi sforzai di non piangere. – Debbo dirti qualcosa -, esordii, – Qualcosa di me che non sai -, e gli spiegai che mia madre non era madre mia, ch’ero figlia di mio padre e d’un’altra donna che non mi aveva voluta, sicché mia madre – ma non era madre mia, era moglie di mio padre –, s’era presa la bambina e se l’era tenuta, s’era presa il tradimento e lo aveva stretto tra le braccia, punizione e premio per la sua sterilità, morte e vita da far crescere fuori da un utero incapace di accogliere. In paese non lo sapeva nessuno perché eravamo arrivati dopo, quando già le lacrime erano state asciugate, quando l’adulterio era diventato un dono del cielo da trattenere tra le labbra: nessuno doveva sapere. Era un segreto pericoloso. Bruno non mi disse nulla, nemmeno mi dispiace, nemmeno auguri per il nostro matrimonio, che non s’è più celebrato, e gliene volli, non perché ritenessi il mio segreto importante abbastanza da pretendere amore, ma perché la sua indifferenza mi lasciò sola, mi ferì con la lama infetta della disaffezione.

Cominciai allora a cercare mia madre, quella che mi aveva avuta e poi offerta in dono – data via, ceduta a terzi, lei che era terza e che all’improvviso s’era trovata la medaglia d’oro in mano, ma invece della vittoria s’era buscata una squalifica. La cercavo tra la gente, in strada, osservavo il volto delle donne e azzardavo calcoli: quanti anni avrà? Troppo vecchia? Troppo giovane. Le guardavo fisse in volto per cercare di scoprire il colore degli occhi. Erano grigi, mio padre mi aveva confidato questo soltanto, grigi che diventavano verdi nei giorni di pioggia. Una mattina, al bar, credetti di averla trovata; aspettati che avesse finito il caffè, poi la seguii, entrò in una banca, e io fuori, uscì e percorse la strada fino al supermercato. Le andai dietro, feci la fila alle casse, ci trovammo di nuovo in strada. – La smetta di seguirmi o chiamo la polizia -, minacciò, voltandosi di scatto, e solo allora capii che non era lei: gli occhi, lo dedussi dagli occhi. Non appartenevano a mia madre. La riconobbi allora in un’altra, ma durò poco: presto m’accorsi ch’era la madre sbagliata e mi disperai, fui sulla soglia della resa, ma volli ostinarmi a scrutare volti di estranee, finché non arrivai a lei, seduta sulle scale della stazione, i piedi scalzi e un piattino per l’elemosina. Dentro, c’erano due monete, c’erano gli occhi di Santa Lucia: il Cielo me l’aveva mandata perché avevo saputo tenere un segreto, il cielo mi ricompensava per aver sacrificato il matrimonio, giacché unirmi con un uomo mi avrebbe esposta al pericolo, avrebbe moltiplicato i segreti, rendendoli impossibili da gestire. Eccola, mia madre. Provai a parlarle, ma non mi rispose; le diedi dei soldi, lanciandoli nel piattino, bene attenta a non accecare la santa, e lei mi sorrise, gli occhi le si incendiarono di verde: pioveva, era davvero lei. Mi sedetti sulle scale anch’io, poco distante: non volevo lasciarla più. L’avevo cercata troppo a lungo, anni interi a tacere la sua esistenza e una solitudine che lei soltanto avrebbe saputo colmare. Quella notte, nevicò, e quando mi svegliai non era ancora mattina e mia madre non c’era più. Provai a cercarla, nel piazzale della stazione, sulla banchina gelata, accanto alle automobili parcheggiate fuori: era scomparsa. Decisi allora di aspettarla dove l’avevo incontrata, mi distesi al suo posto: faceva freddo, ma lì c’era stata lei, quella era casa sua: non poteva avermi abbandonata di nuovo, non poteva eppure l’aveva fatto e piansi, piansi fino a prendere sonno. Fu una voce di donna a svegliarmi; aprii gli occhi e la vidi. Indossava una divisa – polizia, carabinieri, non m’importava. – Dobbiamo andare via di qua -, mi ingiunse, – Dobbiamo -, pensai, dobbiamo noi, lei e io dovevamo andarcene insieme. Chiusi di nuovo gli occhi e lei mi prese per le spalle, – Andiamo -, e allora la guardai, occhi grigi che la neve accendeva di verde, capelli castani sbiancati alla radice, sessant’anni, forse di meno. – Mamma -, mormorai, e l’abbracciai. Il suo odore mi era estraneo, ma adesso, finalmente, l’avevo trovata. Il mio segreto era venuto al mondo e non dovevo tacere più.