Colpevole

Il soffitto era tagliato in due da una lama di luce, che ne violava la compattezza oscura e granulosa e mi ricordava la presenza del mondo esterno, esponendomi al suo riflesso. Dall’appartamento accanto, mi giungeva la sigla di un programma per bambini: la conoscevo bene, potevo cantarla a memoria, sovrapponendo le mie parole stonate a quelle della tv. Invece tacqui, richiusi gli occhi, cercai di concentrarmi sulle voci, al di là della parete – la madre che rimproverava i figli, il più piccolo che piangeva, lei che si spazientiva e parlava forte, mentre la più grande urlava un’imprecazione, la ripeteva con gusto, privandola di significato. Provai invidia per loro: loro potevano; potevano esistere, far rumore, farsi sentire, potevano reclamare attenzione e ottenerla. Io no; io dovevo nascondermi, confondermi, passare inosservata e sparire, lasciarmi assorbire dall’intonaco sui muri. Mi alzai, feci il giro delle stanze, chiusi bene le finestre, stando attenta a non scostare le tende; uscii di casa in fretta, pregando di non incontrare nessuno, cambiando percorso più volte per essere sicura di non essere seguita. Poi presi la metropolitana.

Volevo far colazione, ma lontano dal mio quartiere, dalla gente che conoscevo, che avrebbe potuto chiamarmi per nome, dire dove abitavo, mettere insieme pezzi della mia vita, delle mie abitudini, azzardare ipotesi e ricostruzioni. Scesi dopo cinque o sei fermate, mi sedetti ai tavolini all’aperto di un caffè: non c’era nessuno, era l’ideale per me. Il cameriere stava ancora prendendo nota del mio cappuccino – gli avevo fatto aggiungere, poi togliere una brioche, poi avevo cambiato di nuovo idea –, quando arrivarono due uomini, si sedettero poco distanti e capii che era finita, che mi avevano trovata e non potevo più nascondermi. Provai a ignorarli, a osservarli di soppiatto, ma loro si accorsero del mio sguardo e iniziarono a voltarsi verso di me, a mostrarmi i loro brutti incisivi come bestie che ringhiano, affamate, e non si affannano più a cercare la preda. Decisi di mangiare, prima, di rimandare l’epilogo, non li persi mai di vista; ordinarono due birre, nonostante fossero solo le dieci del mattino e, dall’interno della caffetteria, uno alla volta, uscirono a salutarli il cuoco, un ragazzo col grembiule, una donna sui quaranta. Venivano verso di noi, si fermavano davanti a loro; non riuscivo a sentire cosa si dicessero e non sapevo nemmeno chi fossero quei due, di preciso, ma avevo intercettato subito la parola “commissari”, e mi era bastato a confermare il sospetto, quel soffio dietro la nuca che mi aveva suggerito il pericolo sin dal primo momento: erano della polizia e mi stavano cercando. Mi avevano trovata. A quel punto, non mi restava che consegnarmi: mi alzai, andai verso il loro tavolo e uno dei due, quello coi capelli rasati, sollevò il bicchiere in mia direzione, allora mi sedetti, appoggiai le mani sul tavolo e mi misi a piangere. – Mi arrendo -, dichiarai, – Portatemi via -, e loro non capirono, provarono a calmarmi, chiamarono la cameriera. Pagarono anche il mio conto e se ne andarono, le birre ancora nei bicchieri.

Quando tornai a casa, ero confusa; era il primo pomeriggio e avevo camminato a lungo, nella città chiusa, svuotata dall’estate. Ripensai all’incidente di quella mattina e provai vergogna, così presi una pillola per dormire e mi misi a letto; riaprii gli occhi che era già buio, doveva essere notte, speravo lo fosse. Allungai una mano verso il comodino per cercare il cellulare, alla cieca, socchiusi gli occhi di fronte all’eccesso di luce dello schermo: mio marito mi aveva telefonato quattro volte, poi ci aveva rinunciato, mi aveva mandato due immagini che lo ritraevano insieme ai bambini, in spiaggia, seduti vicini come in una foto scolastica. Le scene di quella mattina mi tornarono in mente all’improvviso, presero il posto di quelle dei miei figli, dell’uomo che non potevo più chiamare marito, perché mi aveva lasciata due mesi prima e io avevo accettato senza protestare, senza reagire, elegantemente inerte. Solo con mia madre non avevo saputo trattenermi, mi ero aggrappata alle sue mani corrose dall’artrosi, ma lei mi aveva lasciata cadere; – Sei vittima, non colpevole -, aveva commentato, secca, negandomi la comprensione. Aveva ragione e, dopotutto, l’incidente coi due uomini, che non erano poliziotti, ma solo due uomini che bevevano una birra, lo confermava: ero una vittima del disamore, avevo subito un trauma, avevo tentato di ignorarlo, ma lui si era imposto, aveva generato una crisi di nervi: nulla di nuovo, nulla di strano. Eppure, mi sentivo responsabile, mi sentivo colpevole, sbagliata e per questo braccata, votata all’espiazione: ero io quella ferita, avevo subito un torto ma ero certa di affondare nell’errore, di averlo generato, covato: come un figlio, come una malattia mortale.

Il mio problema con la colpa era nato molto tempo prima, quando andavo a scuola dalle suore e mi ero convinta di aver prodotto la catena di sciagure che dissestò l’inverno dei miei nove anni: la morte improvvisa di mia nonna Anita, che nessuno seppe spiegarmi, la fuga del nostro gatto, il trasferimento improvviso della famiglia di Claudia, la mia amica più cara. Ero stata io, ne avevo la chiara percezione e così, per scongiurare altro male, avevo iniziato a pregare di continuo, forsennatamente. Ero a scuola e mormoravo suppliche alla madonna, ero a pranzo e recitavo rosari, gli Ave Maria che inciampavano nella mia dentatura riottosa, gli amen trattenuti dalla saliva nei nodi di metallo dell’apparecchio ortodontico. Restavo sveglia di notte a invocare dio, a scongiurarlo di liberarci dal male che avevo prodotto coi miei peccati di bambina; di giorno, mi addormentavo durante l’ora di italiano, o durante quella di geografia. Spiegai a suor Quintilia il mio problema e la soluzione che avevo trovato, lei si infuriò, mi accusò di blasfemia, giacché pregare senza sosta era come pronunciare il nome di dio invano, era come abusare dell’indicibile: era peccato, sarei stata punita, mi sarei persa all’inferno. Mi ammalai: l’influenza mi rispedì a casa, la febbre mi lavò la testa dall’angoscia e il virus si mangiò le mie paure; tornai a scuola guarita dal senso di colpa. I miei genitori non smisero mai di scherzare sulla mia breve crisi mistica: mi chiedevano di mobilitare i santi per le loro futilità, mi ordinavano di recitare odi alla Vergine e poi, puntualmente, mi sventolavano davanti, fintamente esasperati, i loro insuccessi, le schedine perdenti, i biglietti sterili della lotteria.

La certezza della colpa mi diede tregua, ma si ripresentò quando me l’ero quasi scordata, puntuale come una recidiva: avevo quasi tredici anni, ero imprigionata nell’amore segreto per Michele e la sua lingua nella mia bocca mi liberò come per effetto di un’amnistia. Tuttavia, quella scossa risvegliò in me il male: mi ritenni responsabile dei suoi fallimenti scolastici e, quando venne trovato che fumava nei bagni degli insegnanti, mi offrii in sacrificio. Inventai di avergli dato io le sigarette, per poi dovermi arrendere di fronte all’incredulità dei miei, che ammisero, davanti al preside, di non aver mai fumato e che mi ero immolata per eccesso di fantasia, più che per nobiltà d’animo. Michele non mi rivolse più la parola e il mio delirio di colpevole assoluta si affievolì poco alla volta, scomparve assieme alla memoria della faccia della persona che, per prima, mi aveva baciata.

Giunse l’estate del 2001 e con essa la separazione dei miei genitori, l’attacco alle Torri Gemelle, la mia mancata ammissione in Conservatorio: ero stata io, era stato il mio potere di divinità nefasta. Tutti mi guardavano indignati, sprezzanti, desiderosi di infliggermi una condanna che temevo e volevo; mia madre mi portò dallo psicologo e per la prima volta soppesammo il lessico della crisi di nervi, ma stavolta non c’era ironia, non c’era lo scherzo degli anni delle preghiere, non c’era l’ingenuità di quando mi inginocchiavo ai piedi di suor Quintilia. – Devi crescere -, mi intimò lei, mentre tornavamo a casa. – L’epoca della scuola dalle suore è finita da un pezzo -.

Con gli anni, lo spazio tra una crisi e l’altra si dilatò, ma la tendenza a sentirmi autrice di ogni catastrofe non scomparve, la convinzione di essere perennemente sotto scrutinio, sul punto di essere consegnata a una giustizia inclemente, cui sfuggivo da troppo tempo, non mi abbandonò mai. Mi portò a recidere amori e relazioni, mi obbligò a voltare le spalle agli studi di economia, sicura che, se mai fossi diventata commercialista, avrei esposto chiunque avessi assistito a un’irragionevole ma per me inevitabile rovina finanziaria. La stessa evidenza, immaginaria, ma per me inoppugnabile, mi tolse il sonno per mesi, dopo la nascita della mia primogenita: i suoi pianti disperati, non c’era dubbio, ero io a scatenarli, e tutti lo sapevano e tacevano, e prima o poi me l’avrebbero fatta pagare. Pensavo “tutti” e quella parola mi faceva orrore; mi sentivo minuscola e insieme enorme, esposta e visibile.

L’arrivo del mio secondo figlio, invece, spense inaspettatamente l’interruttore: si portò via ogni inquietudine, mi tirò giù dal treno divino e mi rese umanamente felice, mi restituì la serenità imperfetta che mai avrei sospettato di poter vivere. Perciò accolsi con un’incredula assenza di reazioni la decisione di mio marito di divorziare: non piansi, non recriminai, accettai la sua proposta di andare in vacanza da solo coi bambini, preparai persino le loro valigie. – Cosa ti ho fatto? -, chiesi soltanto, senza alzare la voce, calma. – Nulla -, mi rispose, – Non hai fatto nulla, ed è per questo che ci lasciamo: per noia, per inazione, perché non hai colpa se non ti amo più -.

Invece, ma lo capii solo il giorno dell’incidente coi falsi commissari di polizia, avevo colpa, eccome. Ero la sola colpevole e prima o poi sarebbe stato noto: più ci pensavo e più ci credevo, più ci credevo, più aumentava la certezza di trovarmi sul fondo di una nuova crisi.

Decisi di prender tempo: mancavano dieci giorni al rientro di mio marito e dei nostri figli; dovevo resistere da sola ancora per poco, provare a starmene tranquilla, a gestire la contraddizione tra le paure e la realtà, tra il passato e la fine dell’estate. Era venerdì notte. Mi rimisi a letto, restai in casa fino alla domenica; il lunedì mattina uscii, feci la spesa, guardai la tv quasi ininterrottamente, confortata dalle repliche di vecchi programmi, abbandonata al ritmo delle pubblicità.

Il martedì mattina, presi una decisione. Guidai fino a un centro commerciale appena fuori città, mi aggirai tra i negozi, il freddo dei condizionatori come un’arma puntata in mezzo alla schiena: avevo bisogno di commettere un errore, sotto gli occhi di tutti, affinché non ci fossero più dubbi su di me. Dovevo farlo, avevo aspettato troppo e non potevo permettermi di sprecare altre occasioni. Entrai in una boutique, guardai le borse, i foulard, immaginai di indossarne uno sulla testa, i miei capelli sporchi e quella seta voluttuosa, il grigio della ricrescita e l’azzurro del tessuto. Poi, afferrai un portamonete – piccolo, rosso, il logo impresso a sinistra –, me lo misi in tasca e uscii. L’allarme mi aggredì immediatamente, gli agenti di sicurezza mi videro oltrepassare la soglia – forse era un errore, forse non avevo rubato, potevo spiegare –, così mi fermai, li guardai, strinsi nella mano il portamonete e mi misi a correre lungo il corridoio infestato di luci, di insegne, di telecamere. Sentii gli agenti urlare, non distinsi le loro parole; mi fermai, alzai le mani, aspettai che mi raggiungessero, l’eco dell’impatto delle loro scarpe contro il marmo del pavimento, gli occhi affamati della gente. – Sono stata io -, dissi allora. – Sono colpevole -.