Ambizione

Il primo funerale della mia vita è stato quello di Vito, il marito di Isabella. Abitavano nell’appartamento accanto al nostro e io, Vito, prima che morisse, quasi non mi ero accorto che esistesse. Faceva l’ambulante, vendeva frutta e verdura, e percorreva il paese col suo camioncino, raccontando al microfono i prezzi della merce; la gente lo chiamava dai balconi, dai marciapiedi, e lui si fermava, pesava pomodori, mele, cipolle, e poi si rimetteva alla guida, si spostava altrove. Un giorno morì, se ne andò con un infarto, e non avevo idea di cosa fosse un infarto, né lo chiesi a mia madre, che mormorava la notizia a mio padre, alle amiche, agli altri condòmini; non lo chiesi perché non feci in tempo a pormi la domanda, che già Vito era pronto per il funerale.

Dal balcone, guardai la gente che affollava la strada di casa, il carro funebre fermo e spalancato, le corone di fiori che mi sembravano pesantissime e quegli uomini vestiti bene, con la cravatta, le scarpe così lucide che potevo vederle brillare sin dal terzo piano, aggrappato alle inferriate, nel vento impietoso di aprile. Poi arrivò Isabella, col fazzoletto in testa, appoggiata al braccio di un giovane, e infine giunse la bara che conteneva Vito; la portavano quattro uomini pettinati e vestiti come non avevo mai visto nessun altro. Seguii i loro movimenti cauti e composti, abbagliato dalle loro scarpe nuove, dal bordo bianco della camicia che veniva fuori dalle maniche della giacca, dai pantaloni dritti e stirati. Solo allora mi accorsi di quanto doveva essere stato corpulento Vito, e di quanto dovessero essere forti quei quattro.

Da allora, non mi persi nessun funerale; li sorvegliavo dal balcone, ogni tanto ne incrociavamo uno, al ritorno da scuola, con mia madre, e le chiedevo di fermarci, volevo vedere, volevo sapere. Gli uomini vestiti bene c’erano sempre, muti e neri di eleganza; portavano i fiori, camminavano da una parte all’altra, le labbra serrate e gli occhi bassi. Mia madre non capiva come mai non avessi paura della morte, come mai immaginare un corpo spento in una cassa di legno non mi impressionasse, non suscitasse in me quella tristezza mista ad angoscia che provano i bambini di fronte all’improvvisa assenza di vita. – Non hai paura? -, mi domandò un giorno; scossi la testa: non ne avevo, nemmeno un po’. – E se morisse la nonna? -, insistette, e si riferiva a sua madre, naturalmente, giacché la madre di mio padre non la vedevamo mai, e quando parlavamo di lei la chiamavano per cognome, dicevamo “nonna Bruni”, come si fa con un estraneo. Scossi la testa di nuovo; – E se morisse il babbo? E se morissi io? -, e io esitai, non volevo perdere i miei genitori, non volevo essere quello che, come Isabella, col fazzoletto in testa piangeva a un passo dal carro funebre. Mi misi a piangere, mia madre fu contenta, – Non ti preoccupare -, mi disse e mi accarezzò le guance, per ripulirle dalle lacrime, – Non ti preoccupare: noi non moriamo -, e mi portò al forno, mi comprò una focaccina.

Tuttavia, il punto era un altro. Quello che mia madre non capiva, e che io non riuscivo a spiegarle, era che a me interessava un’altra cosa; non era la morte in sé, non erano le persone che smettevano di funzionare a risvegliare in me una curiosità spropositata. Era diverso: avevo sette anni e volevo fare il becchino.

In quegli anni, i nostri vestiti erano divisi in due armadi: il più grande era quello che stava nella camera da letto dei miei, e aveva le ante a specchio, che riflettevano tutta la stanza, dove passavo ore a studiare la mia immagine mentre entravo e uscivo da dietro le tende del balcone, come fossero state il sipario di un palcoscenico. In quell’armadio c’erano soprattutto gli abiti di mio padre: jeans, camicie a quadretti, tute dell’Adidas comprate al mercato, qualche giubbotto, qualche pullover. Mia madre e io avevamo poche cose, e stavano tutte in alto a sinistra: costumi da bagno e maglioni, sciarpe e calzoncini; non avevamo nemmeno bisogno di fare il cambio di stagione, tutto era ammassato insieme. Poi c’era l’altro armadio, che tenevamo in una stanza che doveva essere il salotto, ma i miei genitori non avevano ancora trovato i soldi per arredarlo, quindi ci avevano messo qualche vecchio mobile della nonna, un televisore appoggiato su una scatola di cartone, e una cyclette. Lì dentro, c’erano quelli che chiamavamo “i vestiti del lavoro”, perché mio padre faceva il muratore e andava sui cantieri indossando pantaloni logori, maglioni brutti e scarpe enormi, con la punta di ferro. Non aveva nemmeno una giacca nera, mio padre, né una cravatta, né una camicia bianca; gli uomini più eleganti che avessi mai visto, a sette anni, erano stati i becchini. E io, da grande, volevo diventare come loro.

Ieri mi sono laureato in medicina; ci ho messo così tanto tempo che non ci credevo più. I miei genitori sono venuti all’università, a vedere il figlio che diventava dottore; anche mia nonna è venuta – la madre di mia madre, naturalmente, perché nonna Bruni è morta l’anno scorso, e comunque forse non l’avremmo nemmeno invitata. Era la prima volta che i miei mettevano piede in un ateneo, – Sembra la tua scuola media -, commentarono, – Solo che è più grande -, e mio padre iniziò a piangere prima ancora che venissi chiamato per discutere la tesi. – Perché piangi? -, gli domandai, – Se piangi mi contagi l’ansia, e poi mi metto a balbettare, mi fai fare scena muta -, lo rimproverai, e lui pianse di più, chiese i fazzoletti a mia madre perché non ne aveva più, nelle tasche dei jeans.

Quando fu tutto finito, mio padre mi abbracciò, – Sei stato bravo -, mi disse, – E poi, come sei elegante, figlio mio -, e rise, fra le lacrime. – Sembri un becchino -.