Acqua

Acqua

Il primo ricordo che ho di lei è sott’acqua: il suo volto è immerso completamente, ha gli occhi chiusi e la pelle più bianca del solito, i capelli sparsi tutt’intorno, il sesso ch’è una macchia scura e sinistra. È acqua pulita, senza sapone, a lei piaceva così. Mi sporgo sul bordo della vasca da bagno e la guardo, penso che potrebbe essere morta, penso che dev’essere così un essere umano privo di vita; ho paura ma non smetto di guardare, e lei non riemerge. – Ada -, la chiamo allora, – Ada -, e sono eccitata, la vertigine del rischio, dell’ignoto, mi rende euforica, piccoli aghi mi trafiggono il labbro superiore. – Ada -, ci provo ancora, ma Ada è immobile, – Ada, ti prego -, e mi viene quasi da ridere, fa’ che esca, no, fa che non si rialzi più. Allora lei apre gli occhi, sott’acqua li apre e li vedo, spalancati e identici ai miei; l’acqua li rende più grandi, più spaventosi. Riemerge e si mette a sedere, tossisce, la pelle adesso è più rosea – la pelle del viso, delle spalle, quella delle gambe no, le gambe sono ancora sotto, sul fondo. – Com’è facile farti paura -, dice, e la verità non l’ha mai saputa. La verità non te l’ho mai detta, Ada, come facevo? Non avevo paura: non mi facevi paura; ti credevo invincibile, ti credevo migliore, ti credevo un pesce, una sirena, ti credevo una medusa, ti credevo una moneta preziosa ripescata e riportata a galla. Mi sbagliavo, ma allora non potevo saperlo.

Se provo a pensarci, se provo a ordinare alla mia memoria di tornare indietro, di spingersi a una fase precedente – prima che accadesse quello che poi ha cambiato l’ordine delle cose – la rivedo sotto la pioggia. Piove, sto uscendo da scuola, ho sei anni, ho sette, otto anni – quanti ne ho?, quand’è successo?, e lei viene a prendermi; non ha l’ombrello. Ha i capelli appiattiti sulla testa, un giubbotto di jeans di mio padre che le pende sulle spalle, pesante e scuro, ha scarpe di tela sporche di fango, e mi stringe a sé, il corpo gelido e bagnato, la bocca che punge e io che mi vergogno. Non ha un ombrello con sé, mi prende per mano e cammina curva, io la strattono, cerco di portarla sotto i balconi, ma lei non vuole, sotto i balconi è pericoloso, dice, e mi guarda con quegli occhi enormi, identici ai miei, sembra che mi stia sorridendo e invece mi sta rimproverando. – Com’è che hai paura di tutto? -, e non sono io ad aver paura è lei, era lei; eri tu, Ada, eri tu che non volevi camminare sotto i balconi perché temevi che succedesse qualcosa di brutto, e allora ancora non sapevo cos’era, ma tu sì, lo temevi e ce ne andavamo in mezzo alla strada pur di farti stare tranquilla. Le auto c’insultavano, il baccano che facevano significava levatevi, significava siete pazze, significava che fate, ma a lei non importava, solo ciò che stava nella sua testa contava. E nella sua testa non si poteva entrare, come nella vasca da bagno: era roba sua. Io dovevo lavarmi nella doccia, guai a usare il suo bagno, guai a far scorrere l’acqua come faceva lei; non potevo, era vietato. – Questa è casa mia -, diceva, – Lo vedi il nome sul citofono? -, ed era vero: era casa sua. Il mio cognome era quello di mio padre e mio padre non viveva con noi; quella era casa sua. Di Ada, sua e basta.

Avrei potuto chiamarla mamma, ma per averla ho sempre pronunciato il suo nome: Ada, ti prego. Fammi entrare nella vasca con te, fammi spazio in quell’acqua che niente deve mai sporcare, ma Ada non voleva, mia madre mi scacciava, dovevo restare all’asciutto. Tuttavia potevo guardarla, i capelli sparsi intorno al corpo come alghe, le punte delle dita stropicciate, la bocca blu. Le venivano le labbra livide anche al lago, ci immergevamo e restavamo dentro, immobili, finché non mi tremavano le gambe, freddo fuori e polmoni che andavano a fuoco; Ada, ti prego, allora uscivamo, tornavamo a casa. La sera, a letto, la sera confondevo le lenzuola con l’acqua e fingevo di stare nella vasca, nel suo bagno, insieme a lei. Insieme a mia madre che entrava nel lago un passo alla volta, come una devota che avanza in fila verso il prete e chiude gli occhi per ricevere la comunione, come me quando aspettavo dietro la porta della direttrice che mi consegnassero i buoni della mensa, i buoni dei libri, buoni a niente, buoni per Ada ch’era una cattiva madre. Così dicevano a scuola, così hanno sempre detto, e io ho finto di non sentire, di non sapere: Ada la chiamavo per nome per non accettarne il fallimento, Ada m’era figlia, m’era sorella, m’era nemica, m’era gatto randagio che ti s’affeziona per esclusione, per abitudine, per fame. Ada m’era tutto, capace di ogni cosa e incapace di volermi, eppure attaccata alla mia presenza – ero il rubinetto e il buco di scarico della vasca da bagno, ero la riva terrosa del lago, ero il pavimento di casa dove passava il riscaldamento. Una volta, urtai un bicchiere, a tavola, si rovesciò sulla tovaglia, rotolò sul pavimento, s’infranse; Ada pianse, me la strinsi al petto come una bambina, non è niente, adesso asciughiamo e non sarà mai accaduto. Un’altra volta, s’infilò in casa dei vicini – la porta socchiusa, il morto in camera da letto, i parenti seduti in corridoio, seduti in cucina, seduti ovunque –, andò in bagno e aprì i rubinetti. Il morto in camera da letto e i pavimenti allagati, i parenti sparsi come spore e l’acqua che si prendeva tutto, l’acqua che si sporcava, che impregnava, l’acqua che come un serpente passava sotto le porte, s’arrotolava tra i piedi, prendeva a tradimento. Nessuno la vide entrare, nessuno la vide uscire: Ada era stata trasparente. Come l’acqua in cui una volta si lanciava, proiettile impazzito e rotante, arma carica di collera, arma carica di desiderio, di vendetta, di tutta la forza che Ada aveva in corpo, nata per saltare giù: sin dal giorno in cui era venuta al mondo, così diceva, Ada era sfuggita dalle mani dell’ostetrica, Ada era sfuggita dal seno di sua madre, Ada era precipitata al suolo e aveva urlato, ma di piacere, non di dolore. Ada s’era tuffata a terra e quello ero stato il suo battesimo, l’acqua con cui l’avevano benedetta dopo aveva suggellato il sacramento e l’aveva resa mia madre, e l’aveva resa la donna che mi aveva consegnata al mondo e poi, una settimana dopo soltanto, era tornata a tuffarsi. Non nuotatrice era mia madre, ma tuffatrice, l’acqua sotto e l’aria in mezzo, occhi chiusi e nessuna paura del vuoto, nessun terrore dell’altezza – metri di separazione ch’erano corsie d’una piscina da attraversare senza bracciate, un salto ed è fatta, la vertigine ed è finita. Il contatto con l’acqua era la fine, era l’inizio; immergersi era la salvezza, era il saluto, era il momento prima di prendersi gli applausi. Sparire sul fondale era il sipario, era la malinconia che segue l’amplesso. Il vuoto, quello contava per lei; il tempo trascorso tra terra e terra, il trampolino e le piastrelle azzurre.

S’è tuffata per anni; per anni, l’hanno filmata i genitori degli amici, i suoi genitori con telecamere prese in prestito, le televisioni. Mia madre s’è tuffata in televisione, ha spiccato il salto in un angolo dello schermo e hanno dovuto seguirla fin sotto, il suo corpo teso, il suo corpo arreso, mia madre come una trapezista, come un gabbiano, mia madre come un aereo che si schianta contro le torri gemelle, Ada. S’è tuffata finché non sono arrivata io, s’è tuffata col peso della pancia gravida – mai distingueremo la realtà dalla menzogna –, s’è tuffata con le ferite del parto ancora aperte, il sesso ricucito, il sesso che per me era sempre stato soltanto un groviglio nero e che invece era stato anche porta, cicatrice, dolore. – Nemmeno tu mi potevi fermare -, diceva, – Nemmeno tu puoi -, ed è stato vero, è stato così: mai l’ho fermata. Se l’avessi vista lanciarsi – la mia memoria non me lo permette: s’è tuffata quando già esistevo, ma come potrei ricordarlo? –, se l’avessi vista, avrei voluto lanciarmi anch’io. Tutti volevano, vedevano Ada nel vuoto e volevano se stessi nel vuoto, la vedevano riunirsi con l’acqua e volevano riunirsi con l’acqua; Ada, potenza missilistica, forza del desiderio che genera desiderio. La vedevi e volevi essere come lei; anche dopo era così, ma prima di più, prima così tanto e così forte che anche suo padre volle diventare Ada, anche suo padre volle diventare mia madre, così un giorno prese la rincorsa, sollevò le braccia, così un giorno chiuse gli occhi, piegò le ginocchia e urlò – Ora! –, dichiarazione di guerra di Ada, formula magica che pronunciava prima di ogni tuffo. Anche suo padre volle essere lei, non da un trampolino, non in una piscina, non con le telecamere addosso si tuffò, ma con gli occhi increduli di sua figlia, con gli occhi appena svegli di mia madre che teneva tra le braccia gli occhi appena addormentati di sua figlia – sua figlia ch’ero io. Così accadde, il padre che diventa figlia, la madre – mia madre – che smette di nuotare e diventa Ada. Non ricordo niente, ma lei sì; mia madre ricorda tutto. Ricorda suo padre, ricorda il piacere convulso del tuffo, dello sguardo degli altri sul suo corpo, ricorda soltanto. Di tuffarsi ha smesso; di nuotare pure. L’acqua la circonda e non si muove: è quella della vasca da bagno, è quella del lago, è quella della pioggia, l’ombrello non serve, camminiamo senza, camminiamo in mezzo alla strada e non sotto i balconi. Sotto i balconi è pericoloso: dai balconi può cadere la gente, dai balconi può tuffarsi un padre.

Avevo dodici anni quando l’ordine delle cose cambiò, erano le vacanze di Natale e pioveva, Ada venne a svegliarmi presto, al mattino – pioveva dal giorno prima, da quello prima ancora: aveva nevicato e poi la neve se l’era mangiata la pioggia, l’inverno se l’era bevuto un mese di marzo arrivato anzitempo, arrivato a Natale, arrivato dopo capodanno, quando la festa è finita e le decorazioni – luci, ghirlande, nastri rossi arricciati con le forbici, che potrebbero trafiggere e che invece abbelliscono – le vorresti strappare via come sopracciglia. Come capelli, la disperazione che sovrasta la noia, l’insofferenza che annienta il dolore. Avevo dodici anni e pioveva; Ada entrò nella mia stanza, non erano le sette, – Muoviti -, e la vasca era colma d’acqua per me, acqua calda e sapone, un regalo, una prima volta. – Oggi andiamo al mare -, disse, e non mi meravigliai: così era Ada. Al mare quando i lidi erano chiusi, al mare quando gli altri se ne stavano in casa, riscaldavano gli avanzi delle cene, dei pranzi, spiluccavano panettone, che strappavano con la stessa foga con cui avresti strappato capelli, ghirlande, tutto. – Intanto muoviti -, e mi guardò mentre mi spogliavo, mi guardò mentre scavalcavo il bordo, mi immergevo e lo stomaco mi si stringeva dall’emozione, dalla paura, dalla fame, fa’ che non mi scopra, fa’ che non s’accorga che l’ho già fatto decine di volte, quando lei non c’era. T’ho mentito decine di volte, mamma, ti credevo migliore, ti credevo pesce, sirena, medusa, ti credevo invincibile e avevo ragione: hai vinto tu. Hai aspettato che mi sedessi sul fondo, – Chiudi gli occhi -, e te ne sei andata.

Non t’hanno mai ritrovata, ma io so dove sei. Devi esserti tuffata dall’alto: se chiudo gli occhi, come quella mattina, vedo il tuo corpo che infrange la superficie pulita, vedo il tuo corpo che sparisce, che non torna più a galla. Se li riapro, vedo i tuoi. Sono identici ai miei.