ovunque

Sapevo che abitava lì. Avevo visto il nome sulla cassetta delle lettere, cognome e nome puntato, mi ero detta dai, sarà una coincidenza. Avevo provato a chiedere ai vicini, “abita qui?”, domandavo a chiunque incontrassi – la signora col cane era stata la prima, mi era sembrata gentile: aveva il cane; poi quello con lo zaino del terzo piano, poi la donna che lavava le scale. “Abita qui, vero?”, e aspettavo la risposta, solo che nessuno sapeva, “ma chi?”, chiedevano, “chi è?”. “Quella dei fumetti”, spiegavo, “Quella di Persepolis”, e allora mi facevano quella specie di “pfff”, con la bocca, che ne sapevano loro, chi è questa.
Per anni, non l’ho incontrata. È una leggenda, una coincidenza, un’invenzione, è un’altra delle tue fantasie, ne hai di tempo da perdere. Eppure non ero convinta.
Poi un giorno – era gennaio, stavo tornando a casa portando sotto il braccio un pacco da dodici di carta igienica – ci siamo incrociate. No, sto mentendo: io stavo entrando nel portone, le dita gelate e la carta igienica in mano, e lei è uscita di corsa, ridendo forte con qualcuno al telefono, mi è venuta addosso ed è caduto tutto, ci siamo messe a ridere per l’imbarazzo e per la sorpresa, scusa, non è niente, ciao eh. Era lei, non mi sbagliavo, l’ho urlato al portiere, “Rachid, era lei!”

“Lei chi?”

“Quella di Persepolis! L’ho vista!”

“Ah, la signora dei disegni! Sisì, era proprio lei”.

Proprio lei. E io non le avevo detto niente. Niente del mio amore da lettrice per il suo Persepolis e per i suoi personaggi, per le storie e le rispostacce, per l’odore di gelsomino sprigionato dal reggipetto di sua nonna; niente dell’ammirazione per la sua voce di donna iraniana che, prima di molti altri, e nel suo modo irriverente e tenero, ha preso la dimensione privata e l’ha trasformata in un atto politico. Senza grazia, senza balletti, senza regole, come chi piega aeroplani di carta e li fa volare via dalla finestra, ciao ciao, va’ dove ti pare ma vattene lontano, più lontano che puoi. Va’ ovunque.
Esci di qua.

Quel giorno, dicevo, ho fatto scena muta. Io che non smetto mai di parlare, che parlo pure in sonno, in certe occasioni divento muta, oh non esce niente, nemmeno una parola. L’ho vista andar via e sono tornata a casa, con la cartaigienica in braccio. Mi sono guardata nello specchio dell’ascensore, ero terribile e felice; ma delusa.

Allora ho strappato una pagina da un taccuino, ho disegnato la mia faccia – gli occhi enormi, la frangetta, il broncio, la maglietta a righe -, le ho scritto un biglietto che diceva più o meno “ciao, sono quella che prima ti è venuta addosso – cioè mi sei venuta addosso tu -, sono una tua lettrice da molti anni, che gioia averti incontrata! Se non ti ricordi di me, questa è la mia faccia – freccia che indica il mio autoritratto. Mi chiamo così, abito nel tuo palazzo. Ciao”, e gliel’ho lasciato nella cassetta delle lettere.

Quello che è successo dopo è bello ma lo tengo per me, però questa è la storia di quegli anni in cui sono stata la vicina di casa di Marjane Satrapi, e di come abbiamo fatto amicizia.
In qualche modo, Persepolis parla di noi che abbiamo cercato di fuggire in tutti i modi, ne abbiamo avuto bisogno, necessità, a volte non avevamo scelta, ma non abbiamo mai smesso di cercare un posto dove stare, e abbiamo capito che parlare di noi, a volte, può essere un’altra maniera di mettere radici. Non in terra ma in aria, in giro, ovunque. Proprio come ovunque è Marjane adesso.